RACCONTI DI NATALE

L’ALBERO DI NATALE



C’era una volta un vecchiettino che viveva in una casetta al limitare del bosco. Era vecchio e solo ma aveva tanti amici fra gli uccelli del bosco e delle siepi che lo amavano per la sua gentilezza. Un giorno, era poco prima di Natale, l’ometto si sentiva un po’ triste.
“Mi piacerebbe tanto fare l’albero di Natale ma sarebbe sciocco prepararlo per un vecchio come me che per di più è solo!” sospirò.

A un tratto gli balenò un’idea. Si alzò dalla poltrona si infilò gli stivali e la sciarpona rossa, prese una vanga in cucine e si incamminò verso il bosco.
Quando tornò a casa aveva sotto il braccio un abete piccolo e bellissimo. Lo piantò in un grosso portavasi rosso e lo mise in salotto, poi tirò le tende della finestra affinché nessuno potesse guardare dentro.

Il pettirosso passò di lì, guardò verso la finestra e vide le tende accuratamente tirate. “Che succede? Perché il vecchietto ha chiuso le tende così presto?”
Il tordo arrivò in volo. “ Che succede lì dentro? Perchè il vecchietto ha tirato le cortine così presto?”
La cinciallegra arrivò svolazzando e becchettò il vetro della finestra. “Che succede lì dentro? Come mai il vecchietto ha chiuso le tende così presto?”
Gli uccelli erano tutti molto perplessi, ma il vecchietto non apriva le cortine.

Infine arrivò il giorno di Natale.
Il vecchietto scese le scale e aprì la porta. La neve bianca e soffice scintillava sotto il sole e il cielo era chiaro e azzurro.
“Buon Natale!” augurò il vecchietto a tutti i suoi amici uccelli. Poi rientrò in casa.

“E’ andato a prendere qualche briciola per la nostra colazione, com’è gentile!” fecero gli uccellini. Ma il vecchietto non tornò con le briciole.
Prese invece il piccolo abete e lo portò fuori nel giardino innevato. “Ecco, questo albero di Natale è tutto per voi!” disse.

Che meraviglioso albero di Natale aveva fatto! In cima c’era una gala scarlatta che metteva allegria a guardarla e da ogni ramo e ramoscello pendevano tutte quelle leccornie che gli uccelli adorano: noccioline, bacche di rosa e di biancospino, un osso ricoperto di grasso, i pappi di cardo, pezzetti di frutta e semi. Come erano felici gli uccellini!
Arrivavano volando da ogni angolo del giardino. Erano così tanti che dopo un po’ l’albero di Natale si piegava sotto il loro peso e il loro cinguettio voleva dire: “Grazie tante nonnino e Buon Natale a te!”



I GIOCATTOLI DIMENTICATI



Il canguro di peluche si sedette sul pavimento accanto alla grande pattumiera grigia. Singhiozzava e la sua lucida pelliccia si scuoteva tutta.
“Salve perché piangi?” disse una vocina.
Lui alzò gli occhi e vide una bella bambolina di pezza che lo guardava attraverso una cascata di riccioli rossi. “Dovevo essere il miglior regalo di natale di un bambino ma non gli sono piaciuto. Così mi hanno gettato qui perché lo spazzino mi porti via. Come vorrei avere una casa”
“Non prendertela! Vedi, anch’io dovevo essere il miglior regalo di natale di una bambina ma non le sono piaciuta perché…non sono bruna….e non dico mamma. Nemmeno io ho una casa. Scappiamo insieme, vuoi?”
“Sì sì, potremmo fare lunghi viaggi e avere un sacco di avventure….i canguri sono grandi saltatori sai?”

La bambolina saltò in groppa al canguro e insieme avanzarono a balzi lungo la strada.
Era tardi. Le case erano tutte sprangate e i bambini dormivano profondamente nei loro lettini.
“Fa freddo vero?” disse il canguro. “E che silenzio!!” aggiunse la bambolina. Tutti e due avrebbero desiderato essere al calduccio sotto le coperte, come i bambini.
“Cerchiamo un posto per dormire.” propose la bambolina. “Va bene.” rispose il canguro e si diresse saltellando verso uno stretto vicolo.

All’improvviso una figuretta nera atterrò proprio davanti a loro.
Era un gatto. “Salve, non capita spesso gente a quest’ora nel vicolo. Chi siete?”
“Siamo dei regali di Natale indesiderati, allora abbiamo pensato di andare in cerca di avventure…anche se avrei preferito essere un regalo di Natale gradito! Possiamo rimanere qui per stanotte?” chiese la bambolina. “Ma certamente” rispose il gatto “io starò fuori tutta la notte, così ci vedremo domattina” e corse via.

I due amici si rannicchiarono e si addormentarono.
Al mattino presto vennero risvegliati dal gatto, che aveva l’aria molto compiaciuta. “Seguitemi, ho trovato il posto adatto per voi due”
Lo seguirono per strade e stradine, fino ad arrivare ad un grande edificio in una grande piazza.
“Che casa grande!” esclamò il canguro. “Non è una casa” rispose il gatto “è un ospedale, aspettate qui un momento”….fece l’occhiolino e scomparve.

Dopo un po’ i due giocattoli udirono dei passi e videro una donna con un’uniforme azzurra e un lungo grembiule bianco.
“Guarda guarda! Qualcuno ha lasciato qui questi bellissimi giocattoli! Che gentilezza! Come saranno felici i bambini!”
Si chinò, li prese in braccio ed entrò nell’ospedale.
“Guardate! Un canguro di peluche!” gridarono i bambini “E una bambola di pezza! Come sono belli!”

Il canguro e la bambolina si guardarono felici. “Finalmente a casa!”



LA NEVE



C’era una volta in Cina, tanto tempo fa, una bambina che non aveva mai visto la neve. Il suo nome era Lin. Un giorno Lin stava passeggiando in giardino e all’improvviso si sentì triste. Quanto desiderava vedere la neve!

Quella sera in giardino, dopo che Lin fu andata a letto, e visto che non c’era nessuno che potesse ascoltarli, i fiori cominciarono a parlare fra loro.
“Pensate” disse una bella Altea viola ad una piccola Pansè blu “Pensate, Lin non ha mai visto la neve! E’ una bambina tanto gentile, ci dà da bere ogni giorno. Come mi piacerebbe fare qualcosa per lei!”

“Lo so io cosa si deve fare….” Intervenne il Vento del Sud che stava soffiando nei pressi.
“Cominciò a soffiare forte forte verso il nord attraverso deserti e montagne, e verdi valli finchè alla fine arrivò al Polo Nord dove viveva il Vento del Nord.

“Che ci fai tu qui??” gridò il Vento del Nord quando vide il Vento del Sud “Vattene o ti scaccerò!!”
“Non potrai mai acchiapparmi!” ridacchiò il Vento del Sud e si voltò mettendosi a correre e a soffiare, inseguito dal Vento del Nord che però non riusciva a raggiungerlo.
Quando arrivarono in Cina, faceva proprio freddo. Le nuvole rabbrividirono. Smise di piovere e….nevicò!

Il Vento del Nord si accorse di non riuscire a catturare il Vento del Sud, così se ne tornò a casa sua di pessimo umore e soffiò tanto forte che persino gli orsi polari rabbrividirono!!
Il mattino seguente, quando Lin andò in giardino, lo trovò tutto ricoperto di neve. “Com’è bello tutto così bianco e soffice! Questa dev’essere la neve!!”

Dopo un po’ il Vento del Sud ritornò, si mise a soffiare e la neve si sciolse. Poi venne il Sole e riscaldò i fiori.
Lin era molto felice di aver visto finalmente la neve!



LE STATUINE DEL PRESEPE



Le statuine del presepe erano in agitazione…ognuna stava preparando un dono da portare al Bambino nella grotta.
I pastori tenevano fra le braccia gli agnelli più piccoli e soffici.
La mungitrice portava una brocca di cremoso e tiepido latte appena munto e la portatrice d’acqua reggeva con attenzione un otre di fresca acqua di fonte
I contadini portavano cesti di frutta e la cucitrice dava gli ultimi punti ad un piccolo camicino candido.

Solo una vecchina dai colori un po’ sbiaditi, sul fondo del presepe, era disperata. Era così tanto povera che, per quanto cercasse in ogni angolo della sua capanna, non riusciva a trovare un dono presentabile per il Bambino.
Così, mogia mogia, si incamminò verso la grotta indicata dalla stella, badando bene però di restare in fondo alla lunga processione, un po’ nascosta.
Quando arrivò davanti alla grotta, non osò entrare così a mani vuote e si fermò sulla soglia.

Maria, nella grotta con il Bambino fra le braccia, sorrideva e ringraziava le statuine che si facevano avanti una ad una e, per poter riceve i loro doni, chiese a Giuseppe di tenere lui il Bambino in braccio per un po’.
Ma si faceva buio e Giuseppe era indaffarato a chiudere con la paglia della mangiatoia le fessure che lasciavano entrare l’aria fredda della notte.
Allora Maria si guardò intorno e vide che l’unica statuina ad avere le mani libere era una vecchina dai colori un po’ sbiaditi che se ne stava in disparte sulla soglia. Le si avvicinò e le mise il Bambino fra le braccia e la povera statuina, che fino ad attimo prima non aveva niente, ora aveva fra le mani…tutto.




IL PRESEPIO DI SANTO FRANCESCO
Guido Gozzano



Il vento soffiava diaccio con lunghi ululati paurosi che parevan scendere dalle montagne nevose. E neve ce n’era da per tutto in quel dicembre terribile! Da anni non c’era stata un’annata simile per il rigore invernale, ed i vecchi, ma quelli proprio vecchi vecchi, ne ricordavan una sola compagna a questa, quella volta che le mura di Perugia s’era spaccate per il gran gelo, ma eran tempi lontani, lontani assai. E con l’invernata cruda era venuta anche la miseria, buona compagna dei tempi cattivi. Contadini e mandriani non sapevano più come vivere e si era al principio solamente! E sì che la campagna prometteva bene la primavera scorsa, poi era venuto il flagello della guerra, e le soldatesche come di consueto si eran sparse per i campi verdeggianti di grano ed avevano tutto distrutto! Ed ora, per attender che la campagna fiorisse nuovamente, bisognava che passassero Gennaio, Febbraio, Marzo…ed ancora, ancora….
Miseria e fame per tutto il paese dunque, e la fame, si sa, rende cattivi: i forti si fan masnadieri da strada ed assaltan i mercanti con stocco e pugnale, i deboli e gli scaltri si industrian come posson a rubare ai meno destri ed ai più miseri, ed il Maligno ride fregandosi le mani, osservando tutto ciò da dietro il tronco degli alberi, contento delle tante anime perdute da Dio e che diventan sue.

S’appressava intanto il Santo Natale, la più pura festa della nostra fede, e Frate Francesco nel piccolo eremo di Assisi si sentiva molto triste per tutte queste cose. Le elemosine che egli ed i compagni raccoglievano a prezzo di molto cammino e di grandi disagi non bastavan più a soccorrer la metà delle sventure che pur crescevan ogni giorno; poi, come fare a combattere il male che il Demonio ispira agli uomini tribolati e straziati dalla fame, dal freddo e dal pensiero del fosco domani?

Nel modesto convento parlano i frati poverelli. E dice il santo: “Che mi consigli, frate Leone? E tu quale proposta mi puoi fare, frate Bernardo?”
”Nulla, nulla… cerco nel buio della mente una ispirazione che Dio non mi manda.”
”E tu frate Elia, che sei il più istruito nella scienza degli uomini e più d’ogni altro hai lucido l’ingegno?”
”Invano, invano cerco io pure una soluzione per questa miseria e questo male, Dio non ci crede degni di trovar una strada.”
“Pensiamo insieme, ognuno faccia la propria preghiera con il maggior fervore possibile, si ritiri poi ihn solitudine, chè il Signore Iddio più spesso scende fra noi suoi poveretti quando siam soli; Egli forse oggi, se non disperiamo, vedendo il nostro fervore, ci premierà illuminandoci e dandoci il mezzo di soccorrer tanta miseria e di ricondurre al bene i traviati che ora uccidon e assaltan i lor simili non per malvagio animo, ma per miseria.”
”Buone e sagge parole sono le tue, o Francesco: in santa obbedienza faremo ciò che tu dici.” Ed i quattro fraticelli si separarono.

Ora il santo è solo. Piccolo e magro è Francesco: creatura insignificante al primo vederlo, ma da lui emana tale luce che regnerà sul mondo per secoli e secoli di là da venire.

E’ solo il santo, ma non può rimanere nel chiuso della celletta; la piccola lampada a tre beccucci su cui, come petali di irrequieti fiori, si agitan tre linguette di fuoco, dà fastidio agli occhi malati ed arrossati dalle continue veglie. E poi gli sembra di aver bisogno di aria fresca; forse il Signore Iddio gli parlerà con la voce di frate vento che sempre più forte continua ad ululare nella notte nera.

Lentamente il Santo si fa il segno della Croce davanti all’immagine del Redentore, che è dipinta sulla parete, poi scende le scale ed esce dal convento.

E la meraviglia appare.

Il vento è caduto, sperse son le nubi nel cielo limpidissimo e gelido che sembra vetro, la luna pende, grande e bella come uno scudo di guerriero, la neve che tutt’intorno s’alza a mucchi è come azzurrata da tanti atomi di colore che sembran impasti d’argento. E per l’aria è una gran pace ed un immenso stupore attonito grava sulla terra. Ma non è colo l’incanto della placida notte a far rimanere immobile e reverente il Santo: no. È una stella che brilla lassù, proprio sulla sua testa, una stella tutta luce, enorme e con una lunga chioma luminosa che stria l’azzurro vitreo della volta celeste: la stessa cometa dunque, quella che mille e più anni fa, proprio in una notte come questa, indicò ai pii pastori come laggiù, nella stalla di Betlemme, fosse nato il Salvatore delle genti.

E che vuol dire quella stella fiorita in cielo proprio davanti agli occhi di lui, che s’accinge a chieder un segno dell’interessamento del Signore per i suoi poveri?

Con l’animo riboccante di riverenza, di mistico ardore, di commossa gioia Santo Francesco cammina spinto da una strana forza; scende allora passo passo per la strada che mena ad Assisi, ed ecco dietro ad una cortina di cipressi apparire una stalla abbandonata.

Da l’infanzia Francesco conosce quei luoghi e mai s’era accorto che qui ci fosse un asilo d’animali. Ristà perplesso il mite frate, e mentre non sa che dirsi, ecco che un alito caldo ed umido gli venta dietro al collo in lungo soffio.
Si volge Francesco: il muso d’un grosso bove lo sfiora; con il grande occhio attonito il niveo animale pare quasi voglia suggerirgli qualcosa…arretra ora la bestia e tarda volge ancora la testa quasi ad invito. Ma già il Santo ha compreso e guida il bove nella stalla, lo fa sdraiare presso la greppia su d’un letto di paglia; quasi evocato intanto appare anche l’asinello che, muovendo lentamente avanti e indietro le lunghe orecchie pelose, prende posto vicino al bove. Ed ecco la rappresentazione del presepio ove è nato Gesù Bambino. Il fraticello chiamerà a raccolta pastori e mandriani e farà a tutti vedere il luogo dove ha passate le sue prime notti il Salvatore del mondo.

La vista del presepe farà ridiventar buoni i cattivi?
Servirà a rapire al Maligno le anime traviate?
Oppure darà la forza della rassegnazione agli umili sempre calpesti?

Non sa Francesco, ma spera, ma è sicuro che il Signore compirà il miracolo.
Abbandona la stalla e corre, corre il Santo a chiamar pastori e mandriani, poveri e ricchi.>br>E vengono i guardiani coperti di pelli con la scorta delle loro cornamuse e con i cani, vengono i contadini diffidenti, vengon le donne di Assisi che hanno i bambini al seno e i ragazzetti attaccati alle gonne, vengono i soldati del comune e quelli del vescovo, i mercanti che han lasciato la bottega, gli uomini di toga e i prelati. E tutti sono come spinti da una ignota forza cui è impossibile resistere.

Sfila la processione nera sui sentieri azzurri della neve baciata dalla luna, esce dalla porta aperta della città e si svolge e dipana per la pianura in lunga fila. E per l’aria diventata improvvisamente dolce come nel maggio, si spande in ampie onde il suono delle campane di Assisi e di Perugina, che inneggiano a Dio nato fra gli uomini.

Giunta la presepe, la processione s’arresta fra grida di meraviglia, chè un grande miracolo è apparso alla folla.
Dalla mangiatoia della stalla emana un tenue e casto lume; fra la paglia d’oro, riscaldata dall’alito delle umili bestie, è fiorita, come un’apparizione divina l’immagine del bimbo santo: di Gesù Nazzareno!

Cadon in ginocchio le genti ed adorano.

Frate Francesco con Leone, Bernardo, Elia e tutti gli altri fratelli piangon di commozione, i contadini senton le dure anime intenerirsi come mai loro è accaduto, le donne pregano con i bamboli al seno, ed i mandriani, spinti da una forza interna, stringon le cornamuse e suonano.
La melodia semplice e grande, scende nell’anima come un dolce e tiepido latte che scorra per le vene quasi sangue, ed allora il canto, un semplice canto di popolo che nei secoli verrà ripetuto da tutti i bimbi e tutti i pastori, sale al cielo sereno e rigido, in note lente e maestose:

Tu scendi dalle stelle, o Re del Cielo,
e vieni in una grotta al freddo e al gelo.
O Bambino mio divino, io ti veggo qui a tremare
o Dio beato, oh, quanto ti costò l’averci amato!


E per quell’anno anche i più miseri furon consolati dal miracolo e meno s’accorsero della loro miseria.
Ed i malvagi sentiron rinascere nelle animo loro il fiore prezioso della bontà.
I potenti ascoltaron la prece degli umili e porsero loro aiuti.
E Dio compensò la terra di Assisi donando buona messe al tempo del raccolto.

Da allora è nata l’usanza di costruire a Natale nelle chiese e nelle case dei fedeli ove son bambini, la capannuccia del presepe, imitazione e ricordo di quello ideato dal santo poeta.


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