Vasilissa la bella



Leggenda popolare russa
Traduzione personale


Ivan Bilibin - Vasilissa e il Cavaliere Bianco

Sotto il dominio degli Zar, al di là di alte catene montuose, viveva una volta un commerciante all'ingrosso; era sposato da dodici anni, ma in tutto quel tempo aveva avuto solo una bellissima figlia cui aveva dato nome Vasilissa.
Quando la bambina ebbe otto anni, la madre si ammalò gravemente e un giorno la chiamò accanto a sé, prese una minuscola bambola di legno da sotto la coperta, gliela mise fra le mani e le disse:

"Mia piccola Vasilissa, mia cara figlia, ascolta quel che ti dico, ricorda bene le mie ultime parole e sforzati di eseguire i miei desideri. Io muoio, e assieme alla mia benedizione, ti dono questa piccola bambola. è molto preziosa, non ne esiste un’altra uguale nel mondo intero. Portala sempre con te, nascosta nella tua tasca e non la mostrare mai a nessuno. Quando qualcosa di malvagio ti dovesse minacciare o ti capitasse un dolore, va’ in un angolo, toglila dalla tasca e dalle qualcosa da mangiare e bere. Dopo che avrà mangiato e bevuto un poco, le racconterai le tue difficoltà e le chiederai consiglio e lei ti dirà come agire".

Detto questo la benedisse, la baciò sulla fronte e spirò.

La piccola Vasilissa era molto addolorata e il suo dolore era così profondo che quando scese la notte scura, nel suo lettino, piangeva e non riusciva a prendere sonno.
Ad un certo punto però, si ricordò della piccola bambola, si alzò e andò a prenderla dalla tasca del suo vestitino, trovò un pezzo di pane di frumento ed una tazza d’acqua, glieli offrì e pianse: "Mia piccola bambola, mangia e bevi e ascolta il mio dolore. La mia cara madre è morta e io sono tanto triste e sola.".

Gli occhi della bambola cominciarono a brillare come lucciole e diventò improvvisamente viva. Mangiò un pezzetto di pane e bevve un sorso d’acqua e quando ebbe mangiato e bevuto, disse:
"Non piangere, piccola Vasilissa. Il dolore è peggiore, di notte. Sdraiati, chiudi gli occhi e cerca di dormire. La mattina è più saggia della sera."
Così la bella Vasilissa, un po’ confortata, si sdraiò e riuscì a dormire. L'indomani il suo dolore non era più così profondo e le sue lacrime erano meno amare.

Dopo la morte della moglie, il commerciante si diede pena per molti giorni, com’era giusto, ma alla fine avvertì il desiderio di sposarsi di nuovo e cominciò a guardarsi attorno per trovare la moglie più adatta. La cosa non fu molto difficile, dato che possedeva una casa molto bella con una scuderia di ottimi cavalli ed era egli stesso un brav'uomo che aveva sempre fatto beneficenza ai poveri.
Fra tutte le donne che incontrò, tuttavia, quella che gli sembrò la più adatta era una giovane vedova che aveva due figlie; gli parve che oltre ad essere una buona governante, avrebbe potuto essere anche una madre adottiva gentile per la sua piccola Vasilissa.
Il commerciante sposò dunque la vedova e la portò a casa sua, ma la bambina presto capì che la madre adottiva era molto lontana dall’essere come suo padre aveva creduto. Ella era, infatti, una donna fredda e crudele che l’aveva sposato solo per la sua ricchezza e non provava alcun affetto per sua figlia.

Vasilissa era la ragazza più bella del villaggio, mentre le figlie della donna assomigliavano più a due spaventapasseri, per questo tutte e tre le donne l’invidiavano e la odiavano. Le affidavano gli incarichi più pesanti e difficili, affinché il duro lavoro sciupasse l’esile figuretta e il suo viso perdesse freschezza, aggredito dal sole e dal vento e la trattavano così crudelmente che la sua vita aveva ormai ben poche gioie.

La piccola Vasilissa sopportava tutto senza un lamento, anzi diventava ogni giorno più bella, mentre le sorellastre crescevano sempre più brutte e magre, malgrado non avessero mai dovuto uscire nel freddo e nella la pioggia e passassero le giornate sedute con le mani in mano.
Com’era possibile?

Il merito era tutto della piccola bambola, senza il cui aiuto Vasilissa non sarebbe mai riuscita a sopportare tutto ciò. Ogni notte, quando tutti dormivano, prendeva dall’armadio la bambola, le offriva qualcosa da mangiare e da bere e le sussurrava:
"Ecco, mia piccola bambola…mangia un poco, bevi un poco e ascolta il mio dolore. Vivo nella casa di mio padre, ma la mia dispettosa matrigna mi rende la vita un inferno. Come mi devo comportare…cosa posso fare?"
Allora, con gli occhi che brillavano, la bambolina prendeva vita e dopo aver mangiato e bevuto un po’ di quello che la fanciulla le offriva, le consigliava come comportarsi… poi, mentre Vasilissa dormiva, svolgeva i lavori per l’indomani: ripuliva il giardino dalle erbacce, innaffiava i cavoli, faceva provvista d’acqua e puliva le stufe, pronte per essere accese. Inoltre le aveva anche insegnato a preparare con dell’erba curativa un unguento per proteggersi la pelle dalle intemperie.
Tutta la gioia nella vita di Vasilissa consisteva nella minuscola bambola che teneva sempre in tasca.

Gli anni passarono e Vasilissa raggiunse l’età da marito.
Tutti i giovani del villaggio, grandi e piccoli, ricchi e poveri, avevano chiesto la sua mano, mentre si erano ben guardati dal fare altrettanto per le due sorellastre. Questo, naturalmente, aveva ancor più irritato la matrigna, perciò ad ogni pretendente rispondeva con queste parole: "La più giovane non si sposerà mai prima della più vecchia!" ed ogni volta per calmare la propria rabbia, maltrattava la figliastra.
Così, nonostante si facesse ogni giorno più bella e graziosa, Vasilissa era spesso molto triste e solo la sua bambolina poteva confortarla.

Un brutto giorno, il commerciante dovette lasciare il paese per recarsi molto lontano, perciò salutò la moglie e le figliastre, baciò Vasilissa e le diede la sua benedizione raccomandandole di dire ogni giorno una preghiera per lui.
Non era ancora fuori di vista dal villaggio che la moglie aveva già venduto la casa e si era trasferita con tutte le sue cose in una dimora sul limitare di una tenebrosa foresta. Mentre le sorellastre stavano in casa, Vasilissa era costretta a correre da un capo all’altro del bosco per portare a casa fiori e bacche o piante rare che la moglie di suo padre le ordinava di cercare.



Ivan Bilibin - Il Cavaliere rosso

Nel profondo di quella foresta c’era una verde radura e in mezzo alla radura una strana misera capanna, costruita su delle zampe di gallina, dove viveva Baba Yaga, una vecchia strega. Nessuno osava avvicinarsi alla capanna perché la strega si mangiava la gente così come si mangiano i polli! La matrigna, che lo sapeva bene, mandava ogni giorno Vasilissa nella foresta, sperando che la strega la incontrasse e la divorasse, ma ogni giorno la ragazza tornava a casa sana e salva perché la bambolina le indicava dove crescevano i fiori e le piante rare e non le permetteva mai di avvicinarsi alla capanna.
L’odio della matrigna verso di lei cresceva ogni giorno di più!

Una sera d’autunno, la donna chiamò a sé le tre ragazze e ad ognuna diede un incarico: una delle sue figlie avrebbe dovuto fare un merletto, l’altra una maglia e Vasilissa filare del lino. Lasciò una sola candela accesa nella stanza da lavoro, nascose tutte le altre, e se ne andò a dormire.
Le ragazze lavorarono per un’ora, per due ore, per tre ore…quindi la ragazza più grande, d’accordo con la madre, con la scusa di raddrizzare lo stoppino della candela, la spense.

"Che cosa facciamo adesso?"” chiese la sorella "Non ci sono altre candele in casa e non abbiamo ancora finito il lavoro!"
"Dobbiamo andare a cercare un po’ di fuoco" le rispose la sorella: "L’unica casa qui intorno è la capanna nella foresta, dove vive Baba Yaga. Una di noi deve andare a farsi dare un po’ di fuoco da lei".

"Io ho abbastanza luce per i vedere i miei spilli d’acciaio," disse quella che faceva il merletto "e non ci andrò". “E io ho abbondante luce per i miei aghi d'argento, "disse l’altra, che lavorava a maglia "e non andrò nemmeno io!" "Tu, Vasilissa, andrai a prendere il fuoco. Tu non hai né spilli d’acciaio né aghi d'argento e non puoi vederci a filare il tuo lino". Ed entrambe si alzarono, spinsero Vasilissa fuori di casa e chiusero a chiave la porta gridando "E non tornare finché non avrai il fuoco!"
La giovanetta si sedette sulla soglia, prese la piccola bambola da una tasca e dall'altra la cena che aveva con sé e gliela offrì dicendo:
"Ecco, mia piccola bambola, mangia un poco e ascolta il mio dolore. Devo andare alla capanna della vecchia Baba Yaga nella foresta scura per prendere a prestito del fuoco e temo che mi mangerà. Dimmi! Che cosa devo fare?"
Gli occhi della bambola cominciarono a brillare come due stelle ed essa prese vita, mangiò un pochino e disse: "Non temere, piccola Vasilissa. Vai dove ti hanno detto. Mentre sono con te la vecchia strega non ti farà alcun male"”. Così Vasilissa ripose la bambola nella tasca, e si addentrò nella foresta scura e selvaggia.

In mezzo agli alberi era molto buio e ciò non contribuiva certo a calmare la sua paura!
Improvvisamente udì un rumore di zoccoli e vide arrivare un uomo a cavallo. Era tutto vestito di bianco, il cavallo era bianco-latte e i anche finimenti erano bianchi, e come le passò accanto, calò il crepuscolo.

Vasilissa andò avanti ancora un po’ e di nuovo sentì rumore di zoccoli ed un altro uomo a cavallo si avvicinò. Era vestito tutto di rosso e il cavallo era rosso come il sangue e anche i suoi finimenti erano rossi, e come le passò accanto, sorse il sole.

Vasilissa aveva camminato tutto il giorno e si era persa. Non riusciva a trovare nessun sentiero in tutto quel buio e non aveva più cibo da offrire alla piccola bambola per renderla viva.

Se camminò poco o tanto, se la strada era liscia o accidentata non lo sappiamo, fatto sta che verso sera, improvvisamente, sbucò nella verde radura dov’era la strana misera capanna costruita sulle zampe di gallina. Il muro tutto intorno era fatto di ossa umane e sulla cima c’erano dei teschi. Nel muro c'era un cancello, e i suoi cardini erano ossa di piedi umani e le serrature erano delle mascelle con i denti affilati.
Quella vista la riempì d’orrore e si arrestò, piantata a terra come un palo.

Mentre stava lì impalata, un terzo uomo a cavallo si avvicinò; la sua faccia era nera, era vestito tutto di nero, e il suo cavallo era nero come il carbone. Si avviò verso il cancello della capanna e scomparve, come se fosse sprofondato nel terreno. In quel preciso momento arrivò la notte e nella foresta il buio crebbe ancora di più…ma la verde radura non era al buio; gli occhi di tutti i teschi sul muro si erano illuminati ed erano così brillanti che il luogo era luminoso come di giorno. A quella vista Vasilissa tremava così tanto dalla paura che non sarebbe nemmeno potuta scappare!

All’improvviso il bosco si riempì di un rumore terribile; gli alberi gemevano, i rami scricchiolavano, le foglie secche turbinavano e Baba Yaga arrivò volando dalla foresta, in un gran mortaio di ferro che guidava con il pestello, e, man mano avanzava, con una scopa spazzava la scia che si lasciava dietro.
La vecchia strega arrivò fino al cancello, si fermò e scandì:
"O casetta, mia casetta, che ti reggi sui piedi che io ti ho dato, gira la schiena alla foresta e la faccia a me!"
La capanna si girò e si fermò davanti a lei.
Poi annusò tutt’intorno e gridò: "Sento uno strano odore, odore umano. Chi c’è qui?"

Vasilissa, spaventatissima, si fece avanti e con un profondo inchino disse: "Sono soltanto Vasilissa, grande madre. Le figlie della mia matrigna mi hanno mandata da te per prendere a prestito del fuoco".
"Sì," disse la vecchia strega, "le conosco. Ma se vuoi che ti dia il fuoco, dovrai lavorare per me il tempo necessario per ripagarmelo, se no, ti mangerò per cena".
Poi rivolta al cancello gridò:
"Solide serrature del mio cancello, sbloccatevi! Tu, mio robusto cancello, apriti!"
Immediatamente le serrature si sbloccarono, il cancello si aprì e Baba Yaga passò fischiando. Vasilissa entrò dietro di lei e subito il cancello si richiuse e le serrature scattarono.

Come furono entrate, la vecchia strega si sdraiò sulla stufa e allungò le sue gambe ossute: "Presto, metti in tavola immediatamente tutto quello che c’è nel forno. Ho fame".
Vasilissa corse ad accendere una torcia di legno ad uno dei teschi sul muro e portò il cibo in tavola. Ce n’era abbastanza per tre uomini forti. Portò su dalla cantina anche del miele e del vino rosso, e Baba Yaga mangiò e bevve tutto, lasciando alla ragazza soltanto po’ di minestra di cavolo, una crosta di pane ed un piccolo boccone di carne.

Quando fu sazia e un po’ assonnata, la strega si alzò dalla stufa e disse: "Ascoltami bene e fa’ come ti dico. Domani, quando sarò uscita, pulirai il cortile, spazzerai i pavimenti e cucinerai la mia cena. Poi prenderai un quarto di misura di frumento dal magazzino e lo ripulirai da tutti i semi neri e i piselli selvaggi. Non dimenticare quello che ti ho detto, altrimenti ti mangerò per cena", poi si girò verso la parete e cominciò a russare e Vasilissa capì che si era addormentata.

La ragazza si rannicchiò in un angolo, prese la piccola bambola dalla tasca, le offrì un po' di pane e di minestra che aveva conservato e, scoppiando a piangere implorò:
"Ecco, mia piccola bambola, mangia un poco e ascolta il mio dolore. Sono nella casa della vecchia strega, il cancello è chiuso a chiave e ho paura! Mi ha dato da fare tanti lavori difficili e se non faccio tutto per bene, domani mi mangerà. Dimmi: Che cosa devo fare?"
Gli occhi della piccola bambola si fecero lucenti come due candele. Mangiò un po’ di pane e bevve un sorso della minestra e disse: "Non aver paura, bella Vasilissa. Stai tranquilla. Di’ le tue preghiere e dormi. La mattina è più saggia della sera."
Vasilissa, ancora una volta, si fidò della piccola bambola e si sentì subito confortata. Disse le preghiere, si sdraiò sul pavimento e si addormentò subito.



Ivan Bilibin - Il Cavaliere Nero

Quando si svegliò la mattina dopo, era ancora buio.
Andò a guardare dalla finestra e vide che il fuoco negli occhi dei teschi sul muro si affievoliva. Mentre guardava fuori, l’uomo tutto vestito di bianco, sul cavallo bianco-latte arrivò al galoppo da dietro l’angolo della capanna, saltò il muro e sparì.
Subito il cielo si fece chiaro e le luci nei teschi, tremolando, si spensero.

La strega era in cortile; fece un fischio e il mortaio di ferro, il pestello e la scopa arrivarono in volo dalla capanna. Mentre entrava nel mortaio, l'uomo vestito di rosso arrivò galoppando come il vento sul suo cavallo rosso fuoco, saltò il muro e sparì… e in quel momento il sole sorse.
Baba Yaga gridò: "Solide serrature del mio cancello, sbloccatevi! Tu, mio robusto cancello, apriti!" Le serrature si sbloccarono e il cancello si aprì e lei volò via nel mortaio, guidandolo con il pestello e scopando via la scia con la scopa.

Vasilissa, rimasta sola, esaminò la capanna chiedendosi com’era possibile che ci fosse tale abbondanza di ogni cosa, ma poi si ricordò di tutto il lavoro che l’aspettava. Si guardò attorno chiedendosi da dove cominciare, ma si accorse che il cortile era già stato pulito e i pavimenti spazzati e…la piccola bambola stava seduta nel magazzino intenta a togliere gli ultimi semi neri dal frumento.
La ragazza corse ad abbracciarla. "Mia bambolina cara! Mi hai risparmiato mille difficoltà! Adesso devo soltanto cucinare la cena per Baba Yaga perché tutto il lavoro è già fatto!"
"Vai a cucinare, con l’aiuto di Dio e poi riposati e stai allegra!" E così dicendo, la bambolina s’infilò nella tasca e ritornò ad essere di legno.

Vasilissa riposò tutto il giorno e verso sera apparecchiò la tavola per la cena della vecchia strega, poi sedette accanto alla finestra ad aspettare il suo ritorno.
Un attimo dopo sentì il rumore di zoccoli e vide il cavaliere nero sul cavallo nero come il carbone galoppare fino al cancello nel muro e scomparire come una grande ombra scura, ed immediatamente scese la notte. Gli occhi di tutti i teschi iniziarono a scintillare e a brillare, gli alberi cominciarono a gemere, i rami a scricchiolare, le foglie a turbinare e Baba Yaga arrivò volando nel grande mortaio di ferro che dirigeva con il pestello, spazzando la scia con la scopa.

Entrò e, odorando tutt’intorno, chiese: "Hai fatto tutto quello che ti ho detto…o devo mangiarti per cena?" "Puoi controllare con i tuoi occhi, nonna!" rispose la ragazza.
Baba Yaga esaminò dovunque con attenzione, battendo qua e là col suo pestello di ferro, ma la bambolina aveva lavorato così bene che non avrebbe proprio potuto trovare niente da ridire. Non c’era un’erbaccia nel cortile, né una macchiolina sui pavimenti e non c’era un solo pisello selvatico né un semino nero nel frumento.
La vecchia strega era molto irritata, ma si finse soddisfatta. "Bene," disse "hai fatto un buon lavoro." e battendo le mani, ordinò: "Su, miei servitori fedeli! Amici del mio cuore! Macinate in fretta il mio frumento!"
Immediatamente apparvero tre paia di mani che raccolsero il frumento e lo portarono via…poi sedette a tavola e Vasilissa le servì la cena, con miele e vino rosso.

La strega mangiò tutto, anche le ossa, fin quasi all’ultima briciola di quella cena che avrebbe potuto sfamare quattro uomini forti e, prima di appisolarsi con i piedi ossuti appoggiati alla stufa, le ordinò: "Domani farai gli stessi lavori di oggi e poi prenderai dal magazzino mezza misura di semi di papavero e li pulirai uno per uno. Qualcuno per farmi arrabbiare li ha mescolati con della terra ed io li voglio perfettamente puliti." Così dicendo si girò verso la parete e presto cominciò a russare.

Quando fu certa che dormisse, Vasilissa andò nel suo angolo, prese la bambolina dalla tasca, le offrì il poco che era rimasto della cena e le chiese consiglio. La bambola, diventata viva dopo aver mangiato e bevuto un po’, le disse: 2Non preoccuparti, Vasilissa bella! Fai come la notte scorsa: dì le tue preghiere e vai a dormire."
Così fece, e il mattino dopo si svegliò appena in tempo per vedere la strega volare via nel gran mortaio di ferro e l'uomo vestito tutto di rosso sul cavallo rosso fuoco saltare il muro, dopo di che il sole sorse sopra la foresta selvaggia.

Come la mattina precedente, tutto il lavoro era già stato fatto; la bambolina aveva pulito il cortile, i pavimenti sembravano di legno nuovo e non c’era un granello di terra fra i semi di papavero, perciò Vasilissa si riposò tutto il pomeriggio, preparò la cena e aspettò alla finestra il ritorno della strega.
Presto l'uomo in nero, sul cavallo nero come il carbone arrivò al cancello e calò il buio.
Gli occhi nei teschi illuminarono tutto come di giorno, poi la terra cominciò a tremare e gli alberi della foresta a scricchiolare e le foglie secche a svolazzare, e Baba Yaga arrivò nel suo mortaio di ferro, guidando col pestello e spazzando il sentiero con la scopa.

Appena entrata annusò intorno ed ispezionò per bene la capanna, ma non riuscì a trovare nessun difetto nel lavoro e si arrabbiò più che mai. Batté le mani e gridò: "Sù miei servitori, amici miei! Spremete subito l’olio dai semi di papavero!" e le tre paia di mani apparvero, presero i semi di papavero e li portarono via.
Baba Yaga sedette a tavola e Vasilissa le servì la cena che aveva cucinato e che sarebbe bastata per cinque uomini robusti, portò miele e birra e poi rimase in piedi, silenziosa.
Baba Yaga mangiò e bevve tutto, senza lasciare niente di più grosso di una briciola, infine la apostrofò: "Bé, perché non dici niente e te ne stai lì come se fossi muta?"

"Non parlo perché non oso."rispose Vasilissa "Ma se me lo permetti, nonna, vorrei farti qualche domanda." "Bene," rispose la vecchia strega, "ricorda soltanto che tante domande non portano a niente di buono. Se si sanno troppe cose, si cresce e s’invecchia presto. Che cosa vuoi sapere?"
"Ti vorrei domandare degli uomini a cavallo." rispose Vasilissa, "Mentre mi avvicinavo alla tua capanna, mi ha sorpassata un cavaliere. Era vestito tutto di bianco e il suo cavallo era bianco come il latte. Chi era?" "Era il giorno bianco e luminoso," rispose Baba Yaga irata. "E’ mio servitore, ma non può farti del male. Vai avanti." "In seguito è arrivato un altro cavaliere" continuò Vasilissa "Era vestito di rosso e anche il suo cavallo era rosso, come il sangue. Chi era?" "Era il mio servitore, il cerchio rosso del sole," rispose Baba Yaga digrignando i denti, "e nemmeno lui ti può ferire. Chiedimi qualcos’altro." "Un terzo cavaliere è venuto galoppando fino al cancello. Era nero, i suoi vestiti erano neri ed il cavallo era nero come il carbone. Chi era?" "Era il mio servitore, la notte nera e scura," rispose furiosa la vecchia strega "non ti può nuocere nemmeno lui. Chiedimi qualcos'altro!".

Vasilissa, visto che ogni sua domanda aveva sortito una risposta rassicurante, stava in silenzio.
"Chiedimi di più!" gridò la strega. "Perché non mi chiedi di più? Chiedimi delle tre paia di mani che mi servono!". Ma Vasilissa, visto com’era arrabbiata, rispose: "Le tre domande mi sono bastate. Come hai detto tu, nonna, chi vuol sapere troppo diventa presto vecchio."
"è un bene per te che non mi abbia chiesto di loro," disse Baba Yaga, "ma solo di ciò che ha visto fuori della capanna. Se avessi chiesto di loro, le tre paia di mani ti avrebbero afferrato e, come le semenze di frumento e papavero, saresti diventata cibo per me! Adesso vorrei farti io una domanda: Come hai potuto, in così poco tempo, assolvere tutti i compiti che ti avevo dato? Rispondi!"
Vasilissa era così spaventata nel vedere come la vecchia strega digrignava i denti, che le disse tutto della bambola, ma le venne anche l’idea di aggiungere: "La benedizione di mia madre morta mi aiuti!"
Baba Yaga diventò una furia: "Va' subito fuori di qui!" strillò "Non voglio che nessuno porti una benedizione oltre la mia soglia. Vattene!"
Vasilissa attraversò il cortile di corsa e sentì dietro di sé la strega urlare alle serrature ed al cancello. Le serrature si aprirono e il cancello si spalancò e in un attimo fu nella radura. Baba Yaga staccò dal muro uno dei teschi con gli occhi fiammeggianti e glielo lanciò dietro. "Ecco il fuoco per le figlie della tua matrigna. Portaglielo! Ti hanno mandata qui per quello, saranno contente adesso!"

Vasilissa appese il teschio in cima ad un bastone e uscì a razzo dalla foresta, correndo più che poteva. La luce che usciva dagli occhi ardenti del teschio, illuminava il sentiero e si spense solo quando fu mattina.
Se corse poco o tanto, se la strada era liscia o accidentata non lo sappiamo, fatto sta che verso la sera dell’indomani, quando gli occhi del teschio iniziarono a luccicare, uscì dalla buia e selvaggia foresta davanti alla casa della sua matrigna.



Ivan Bilibin - Vasilissa e il teschio

Mentre si avvicinava al cancello, pensava: "Certamente, dopo tutto questo tempo avranno trovato del fuoco" e lanciò il teschio oltre la siepe, ma quello le parlò: "Non mi buttare via, bella Vasilissa, portami dalla tua matrigna." La giovanetta guardò verso casa e non vide nessuna scintilla di luce in nessuna delle finestre, perciò raccolse di nuovo il teschio e lo portò con sé.

Da quando Vasilissa era andata via, la matrigna e le sue due figlie non avevano più avuto né fuoco né luce in tutta la casa. Quando colpivano la selce, l’esca non prendeva e il fuoco che avevano chiesto ai vicini, appena varcata la soglia, si era spento, di modo che non avevano più potuto illuminare o scaldarsi o cucinare per mangiare. Di conseguenza ora, per la prima volta nella sua vita, Vasilissa fu la benvenuta.
Le aprirono la porta e la moglie del commerciante fu molto contenta nel vedere che la luce nel teschio non si era spenta appena varcata la soglia. "Forse il fuoco della strega durerà." esclamò, e mise il teschio nella stanza migliore, lo sistemò su un candeliere e chiamò le figlie ad ammirarlo.
Ma gli occhi del teschio cominciarono improvvisamente a luccicare e a scintillare come carboni ardenti e dovunque le tre donne girassero o corressero le seguivano, diventando sempre più luminosi finché arsero come due fornaci così calde, ma così calde che la moglie del commerciante e le sue due figlie malvagie furono ridotte in cenere.
Soltanto Vasilissa la Bella non fu toccata.

La mattina dopo, Vasilissa scavò una profonda buca nel terreno e seppellì il teschio, poi chiuse a chiave la casa e si recò al villaggio, dove aveva deciso di andare a vivere con una vecchina povera e sola e lì rimase per molti giorni in attesa del ritorno del padre. DOpo un po', stare tutto il giorno senza far niente cominciò a pesarle, così un giorno disse alla donna: "Mi annoio nonnina, le mie mani vogliono lavorare. Compra del lino, il migliore che si possa trovare, così almeno potrò filare."
La donna si affrettò a comprare il lino più bello e Vasilissa iniziò a filare. Lavorava così bene che il filo che ne veniva fuori era persino più sottile di un capello e presto ce ne fu abbastanza da cominciare a tessere…ma non esisteva un telaio capace di tessere un filo tanto sottile, a meno di costruirne uno apposta.

Allora Vasilissa andò nella sua stanzetta, prese la piccola bambola dalla tasca, le offrì da mangiare e da bere e chiese ancora una volta il suo aiuto. Dopo aver mangiato e bevuto ed essere tornata viva, la bambola le disse: "Portami un vecchio telaio, un cestino ed alcuni crini di cavallo e preparerò quello che ti serve."
Vasilissa si affrettò a portare tutto quello che la bambolina le aveva chiesto e, dopo aver detto le sue preghiere, andò a dormire.
Alla mattina trovò ad attenderla un telaio fatto apposta per tessere il suo filo finissimo!

Lavorò al telaio per un mese, per due mesi, lavorò tutto l’inverno a tessere il suo bel lino e quando la tela fu finita era così fine e sottile che avrebbe potuto passare attraverso la cruna di un ago.
A primavera Vasilissa la candeggiò e divenne così bianca che nemmeno la neve poteva reggere il confronto con il suo candore. Allora disse alla vecchina: "Prendi la tela e portala al mercato, nonna. Vendila e i soldi che ne ricaverai basteranno a pagare vitto e alloggio per me." Ma la donna, esaminando la tela, esclamò: "Non sia mai che io vada a vendere una tela simile al mercato; nessuno dovrebbe indossarla eccetto lo Zar, perciò domani la porterò a Palazzo."

L'indomani, infatti, si recò allo splendido Palazzo dello Zar e si mise a camminare avanti e indietro sotto le finestre. I servitori vennero a chiederle che cosa volesse, ma lei non disse niente, continuando a camminare avanti e indietro. Finalmente lo Zar in persona aprì una finestra, e chiese "Che cosa vuoi vecchia, che continui a camminare in su e in giù?"
"Oh mio Zar, Maestà," rispose la vecchina, "ho qui con me una meravigliosa stoffa di lino, così stupenda che non la voglio mostrare ad altri che a te."
Lo Zar ordinò di aprirle la porta e appena ebbe visto la stoffa di lino rimase colpito dalla sua bellezza e raffinatezza. "Quanto vuoi per vendermela?" "Non ha prezzo, Piccolo Padre, ma io te la voglio donare."
Lo Zar, che non finiva più di ringraziarla, prese il lino e la rimandò a casa coperta di ricchi doni.

Arrivarono le sarte per confezionare con quella stoffa le camicie per lo Zar, ma quando fu tagliata era così fine che nessuna di loro si sentiva abbastanza abile da cucirla. Allora furono chiamate a Palazzo le sarte migliori del regno, ma nessuna osava metterci mano.
Alla fine lo Zar mandò a chiamare la vecchina e le disse: "Se sei stata capace di filare quel filo sottilissimo e di tessere quella delicatissima tela, saprai anche farne delle camicie!" Ma la donna rispose: "Maestà, non sono io che ho filato e tessuto, la tela è stata fatta dalla mia figlia adottiva."
"Allora portagliela," disse lo Zar "e chiedile di cucire per me."
La donna riportò a casa la tela e raccontò a Vasilissa dell’ordine dello Zar.
"Un buon lavoro deve essere fatto con le proprie mani." disse la ragazza e, chiusa nella sua stanzetta cominciò a cucire le camicie così velocemente e bene che ben presto ne fu pronta una dozzina e la vecchina si affrettò a portarle allo Zar.
Intanto Vasilissa si lavò il viso, si pettinò, indossò il suo abito migliore e sedette alla finestra ad aspettare gli eventi.

Ben presto arrivò un servitore con la livrea di Palazzo che le disse: "Lo Zar desidera vedere l’intelligente cucitrice che ha fatto le sue camicie e ricompensarla personalmente."
Vasilissa si alzò e si diresse immediatamente a palazzo. Non appena lo Zar la vide s’innamorò di lei con tutta l’anima. Le prese dolcemente la mano bianca e la fece sedere accanto a sé. "Bella fanciulla," esclamò "diventerai mia moglie e non mi separerò mai da te."

Così lo Zar e Vasilissa la Bella si sposarono, il padre di lei tornò finalmente dal regno lontano e la vecchina visse con loro nello splendido Palazzo e tutti furono felici e contenti.

Ah, per quanto riguarda la piccola bambolina di legno, Vasilissa la portò nella sua tasca per tutta la durata della sua lunga vita!




(Illustrazioni di Ivan Bilibin)

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